Anni di gavetta, cambi di formazione, concerti, lavori paralleli e momenti in cui sarebbe stato più semplice fermarsi. Nel 2026 le Bambole di Pezza arrivano a Sanremo portando con sé una storia costruita sulla costanza e sulla forza del gruppo. Con loro parliamo di modelli femminili, pari opportunità, hating online, autenticità e bisogno di tornare a vivere la musica insieme. Perché i social possono far crescere una community, ma è davanti a un palco che quella community diventa davvero una “family”.
IN BREVE
La lunga gavetta delle Bambole di Pezza fino all’arrivo a Sanremo.
Perché vedere una donna con uno strumento può cambiare ciò che una bambina immagina possibile.
Essere una band tutta femminile in ambienti musicali ancora prevalentemente maschili.
La forza di restare insieme quando il percorso diventa difficile.
Social media e hating: imparare a distinguere una critica dalla violenza online.
Perché i contenuti più autentici funzionano spesso più di quelli perfetti.
Il live come antidoto alla solitudine del digitale.
Intelligenza artificiale e musica: utile come suggeritore, pericolosa quando sostituisce la creatività.
Creare una comunità musicale in cui artisti e realtà diverse collaborano e si sostengono a vicenda.
Bambole di Pezza
Rock band
Le Bambole di Pezza sono una rock band nata a Milano, con radici nel punk e una forte attenzione ai temi dell’inclusione, delle pari opportunità e della libertà di espressione. La formazione vede Cleo alla voce, Morgana e Dani alle chitarre, Kaj al basso e Xina alla batteria. Dopo un lungo percorso indipendente fatto di concerti, cambi di formazione e autoproduzione, la band arriva nel 2026 sul palco del Festival di Sanremo.
Per le Bambole di Pezza arrivare a Sanremo 2026 non è significato soltanto raggiungere un palco importante, ma vedere materializzarsi qualcosa costruito molto prima, attraverso anni di concerti, cambi di formazione, pause e ripartenze.
Morgana ricorda di aver visto da bambina la cantautrice L’Aura suonare il pianoforte proprio a Sanremo e di aver scoperto in quel momento che una donna poteva non soltanto cantare, ma anche suonare. È da qui che nasce uno dei temi centrali della conversazione: per immaginare di poter fare qualcosa, spesso abbiamo prima bisogno di vedere qualcuno che la fa.
In questa intervista de Il Caffettino per 2, il tema delle pari opportunità diventa quindi molto concreto. Essere brave “per essere donne”, dover conquistare credibilità in ambienti prevalentemente maschili o ricevere commenti misogini sono esperienze che la band ha incontrato direttamente.
Ma il loro obiettivo non è essere considerate un’eccezione: è arrivare a un momento in cui una musicista possa essere giudicata semplicemente per quanto bene fa il proprio mestiere.
Il digitale ha avuto un ruolo decisivo nella crescita delle Bambole di Pezza. Quando radio e televisione non offrivano spazio, Internet permetteva alla band di raggiungere direttamente il pubblico. Ma proprio i social mostrano anche il loro lato più difficile: commenti tossici, hating e perfino stalking.
Con il tempo hanno imparato a non lasciare che un commento negativo definisca il proprio valore e, quando possibile, persino a ribaltare il meccanismo: anche chi critica alimenta l’algoritmo. Diverso è il caso della violenza e della persecuzione online, che richiedono invece protezione e strumenti concreti.
Eppure la loro casa rimane il live. Le Bambole di Pezza descrivono il concerto come uno spazio in cui si torna a guardarsi negli occhi e a condividere fisicamente un’esperienza. È quasi l’opposto della logica dello smartphone, costruito intorno a un’inquadratura individuale e verticale.
Per loro il pubblico non è semplicemente una fanbase, ma una “family”: persone diverse per età, genere e storia che per qualche ora diventano parte della stessa cosa.
Anche per questo guardano con diffidenza a un uso dell’intelligenza artificiale che sostituisca il processo creativo. Possono immaginarla come strumento per cercare uno spunto o superare un blocco, ma non per scrivere al posto dell’artista.
La loro parola chiave è autenticità: meglio un backstage sudato, imperfetto e reale di qualcosa di impeccabile che non le rappresenta. È la stessa idea che attraversa tutta la loro storia: continuare a fare musica con cura, contaminarsi senza perdere la propria identità e restare insieme abbastanza a lungo perché le cose possano finalmente succedere.
Da questa puntata
4 cose da portare a casa
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