Dalla pronuncia di parole che diamo per scontate ai dialetti, dai messaggi vocali ai creator, fino alle voci generate dall’intelligenza artificiale, con Saba Beatrice Lucidi scopriamo quanto il modo in cui parliamo racconti chi siamo. E perché prendersi cura delle parole può diventare un esercizio di consapevolezza, non di perfezione.
IN BREVE
La dizione non serve a cancellare gli accenti regionali, ma ad aggiungere possibilità al nostro modo di parlare.
Molte pronunce che consideriamo “naturali” sono semplicemente abitudini imparate da bambini.
Conoscere la pronuncia di una parola permette di scegliere consapevolmente come usarla.
La lingua non è immobile: l’uso delle persone può modificare nel tempo anche le pronunce considerate corrette.
Chi comunica online ha una responsabilità maggiore perché il proprio modo di parlare può essere imitato da migliaia di persone.
Le voci dell’AI stanno diventando sempre più naturali, ma una media linguistica non coincide necessariamente con la qualità.
Per migliorare non serve correggere tutto insieme: basta iniziare da una parola alla settimana.
Per migliorarsi, bisogna imparare ad ascoltare la propria voce mentre si parla.
Saba Beatrice Lucidi
Attrice e insegnante di dizione, ortoepia e doppiaggio
Saba Beatrice Lucidi è attrice, insegnante di dizione, ortoepia, doppiaggio e sui social come DizioNerd racconta la storia, il suono e la pronuncia delle parole con un approccio divulgativo e ironico.
Parliamo ogni giorno, eppure raramente ci chiediamo davvero come lo facciamo. È da questo paradosso che parte Saba Beatrice Lucidi a Il Caffettino per 2: dedichiamo attenzione a come ci vestiamo, a come appariamo e perfino a come pronunciamo una parola inglese, mentre spesso consideriamo irrilevante il suono delle parole italiane.
Per lei la dizione non è una gara a chi parla senza errori, ma un modo per diventare più consapevoli di uno strumento che utilizziamo continuamente: la voce.
Basta una parola apparentemente innocua come “bene” per scoprire quanto le nostre certezze linguistiche siano fragili. Accenti aperti e chiusi, pronunce regionali, parole cambiate nel tempo: la lingua non è un insieme di regole calate dall’alto, ma qualcosa che evolve attraverso chi la parla.
È anche per questo che la dizione non deve trasformarsi in un modo per uniformare tutti. Conoscere una pronuncia aggiunge una possibilità: se prima avevamo un solo modo di dire una parola, ora possiamo scegliere quale usare e in quale contesto.
Per Saba è un tema anche personale. Crescendo all’Isola d’Elba veniva presa in giro perché parlava diversamente dai suoi coetanei. Viaggiare molto con la famiglia aveva modificato il suo modo di esprimersi e quella differenza, da bambina, era diventata qualcosa da nascondere.
Solo più avanti, studiando doppiaggio, scopre che proprio ciò che l’aveva fatta sentire fuori posto poteva diventare una competenza. La dizione diventa così non una cancellazione dell’identità, ma uno strumento in più per costruirla.
Questa consapevolezza assume un peso particolare sui social. Un creator che parla a centinaia di migliaia di persone non comunica soltanto un contenuto: diffonde anche parole, modi di dire e pronunce. Saba vede quindi una responsabilità in chi crea contenuti, soprattutto oggi che il linguaggio viaggia rapidamente e tende a semplificarsi.
Lo stesso vale per i vocali che mandiamo senza pensare o per le parole straniere che utilizziamo continuamente: comunicare meglio significa prima di tutto fermarsi un momento e ascoltare quello che stiamo dicendo.
E poi ci sono le voci sintetiche. Gli assistenti vocali parlano sempre meglio e potrebbero perfino influenzare il nostro modo di pronunciare le parole. Saba immagina che l’intelligenza artificiale possa progressivamente costruire una sorta di media tra i diversi modi di parlare degli italiani, ma mette in guardia da un’equazione troppo semplice: la media non è necessariamente qualità.
Forse, proprio mentre le macchine imparano a parlare come noi, diventa ancora più interessante imparare a usare consapevolmente la nostra voce. Senza cercare la perfezione: una parola alla settimana può essere più che sufficiente per cominciare.
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