Chi ha deciso cosa significa essere normali? Partendo dal suo libro "Io sono perfetto", Paolo Ruffini mette in discussione l’idea di perfezione e racconta ciò che ha imparato ascoltando bambini e persone con sindrome di Down. Parliamo di fantasia, fragilità, gentilezza e del bisogno di tornare a fare esperienze fuori dagli schermi. Ma anche di teatro e imprenditoria: perché, secondo Paolo, un progetto con valore artistico o sociale non deve per forza rinunciare alla sostenibilità economica.
IN BREVE
Perché abbiamo finito per confondere perfezione e normalità.
Sostituire l’idea di diversità con quella di unicità.
Cosa possiamo imparare ascoltando davvero i bambini.
Perché Paolo non considera la fragilità qualcosa di cui vergognarsi.
La fantasia come strumento per immaginare alternative alla realtà.
Il teatro come esperienza fisica nell’epoca degli schermi e dell’on demand.
Perché essere felici oggi può sembrare quasi un atto controcorrente.
Vera e l’idea di produrre spettacoli capaci di unire bellezza e sostenibilità.
Paolo Ruffini
Attore, conduttore televisivo, regista, sceneggiatore e produttore
Paolo Ruffini è attore, conduttore televisivo, regista, sceneggiatore e produttore. Accanto al lavoro nel cinema e nella televisione ha sviluppato negli anni numerosi progetti teatrali, editoriali e sociali, dedicando particolare attenzione alla disabilità e all’inclusione. Con Vera produce spettacoli e progetti di artisti, comici e divulgatori, cercando di costruire un modello produttivo capace di conciliare creatività e sostenibilità.
Per Paolo Ruffini il problema della perfezione comincia dalla normalità. Nel suo libro “Io sono perfetto” parte proprio da questa contraddizione: abbiamo costruito un modello a cui cerchiamo continuamente di assomigliare, finendo per considerare imperfetto tutto ciò che ne rimane fuori.
In questa intervista de Il Caffettino per 2, propone di cambiare prospettiva: invece di parlare continuamente di diversità, provare a riconoscere l’unicità di ogni persona.
Al centro della conversazione c’è soprattutto la fantasia. Paolo racconta di bambini che chiedono all’intelligenza artificiale se esiste Babbo Natale e vede in questo un segnale di qualcosa che rischiamo di perdere: la capacità di credere, inventare, immaginare possibilità che non hanno bisogno di essere immediatamente verificate.
È anche per questo che ama parlare con bambini e persone con sindrome di Down. Non perché li consideri depositari di una verità assoluta, ma perché il loro modo di guardare il mondo riesce spesso a mettere in discussione automatismi che gli adulti non vedono più.
Lo stesso vale per la fragilità. Paolo racconta senza imbarazzo di commuoversi e piangere ascoltando le storie degli altri. Per lui mostrarsi vulnerabili non significa essere più deboli, ma mantenere aperta una relazione con ciò che ci emoziona.
Bambini e persone con sindrome di Down diventano così interlocutori con cui confrontarsi senza quel gradino che spesso costruiamo tra chi dovrebbe insegnare e chi dovrebbe imparare.
Questa ricerca passa anche dal teatro. In un mondo in cui quasi tutto può arrivare direttamente su uno schermo, andare a teatro richiede ancora uno spostamento, un tempo, un luogo e la presenza di altre persone.
È un’esperienza che non può essere completamente trasformata in on demand. Per Paolo proprio quella piccola fatica (uscire, raggiungere un luogo, spegnere il telefono e guardare ciò che accade davanti a noi) può aiutarci a interrompere almeno per qualche ora l’anestesia degli schermi.
C’è infine il Paolo produttore. Con Vera cerca di dimostrare che spettacoli con contenuti forti possono essere anche economicamente sostenibili. La sua idea è quella di una factory in cui linguaggi e talent diversi possano convivere senza dover assomigliare tutti alla stessa cosa. Il principio che li unisce non è uno stile, ma l’idea che anche l’intrattenimento possa lasciare qualcosa.
Per Paolo fare impresa significa anche questo: creare le condizioni perché le persone possano fare bene il proprio lavoro e, possibilmente, essere felici di farlo.
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