Prima ingegnera delle telecomunicazioni e sviluppatrice Java, poi pioniera della stand up comedy italiana. Velia Lalli racconta il momento in cui ha capito che il lavoro che aveva scelto non era la vita che voleva, la nascita di una comicità più personale e di rottura e il rapporto complicato con un mercato che spesso premia ciò che è più facile da vendere. Fino alla malattia, alla voglia di tornare a scrivere e a una convinzione precisa: la comicità non serve soltanto a far ridere, ma può dare un nome anche alle cose più difficili da raccontare.
IN BREVE
Da ingegnera delle telecomunicazioni e sviluppatrice Java alla decisione di diventare comica.
La scoperta della stand up e l’incontro decisivo con il linguaggio di George Carlin.
Satiriasi e la nascita di una comicità italiana più diretta, personale e senza personaggi.
Perché una battuta fuori dal suo contesto può diventare qualcosa di completamente diverso.
Le differenze tra il mercato italiano della stand up e quello internazionale.
La malattia e la scrittura di uno spettacolo capace di trasformare la sofferenza in materiale comico.
Il rapporto difficile tra qualità artistica, follower e visibilità sui social.
Perché l’AI può aiutare a scrivere, ma fatica ancora a produrre ciò che rende davvero comica una battuta.
Velia Lalli
Stand up comedian
Velia Lalli è stand up comedian e tra le figure che hanno contribuito alla nascita e alla diffusione della stand up comedy in Italia. Laureata in Ingegneria delle Telecomunicazioni, ha lavorato come sviluppatrice software prima di lasciare il settore tecnologico per dedicarsi alla comicità. È stata l’unica donna del gruppo Satiriasi, esperienza centrale nella trasformazione del linguaggio comico italiano, e negli anni ha portato sul palco spettacoli costruiti attorno a temi personali, sociali e spesso difficili da affrontare.
Velia Lalli studia Ingegneria, scrive codice Java e inizia una carriera che sulla carta può sembrare perfettamente sensata. Il problema è che non si sente nel posto giusto.
Il momento decisivo arriva durante una conversazione con un amico: alla domanda su cosa voglia davvero fare, Velia risponde semplicemente “la comica”. E la risposta dell’amico è altrettanto semplice: allora falla.
In questa intervista de Il Caffettino per 2 quel passaggio diventa qualcosa di più di un cambio di lavoro: è il momento in cui Velia smette di seguire la strada che sembra corretta e comincia a cercare quella che le somiglia davvero.
All’inizio, però, la stand up comedy che cerca praticamente non esiste in Italia. Dopo alcuni tentativi dentro forme di comicità più tradizionali, Velia incontra il collettivo italiano di stand up Satiriasi e soprattutto scopre George Carlin. Non pensa semplicemente “vorrei fare questo”: racconta di essersi riconosciuta in quel linguaggio.
Una comicità senza travestimenti e personaggi, capace di utilizzare il punto di vista personale per mettere in discussione convenzioni, ipocrisie e argomenti difficili. Con Satiriasi quella scelta diventa quasi un manifesto: restare fedeli a una comicità più scomoda anche quando significa essere meno facilmente vendibili.
Per Velia il contesto è fondamentale. Uno spettacolo non è soltanto una sequenza di battute: è un percorso costruito insieme al pubblico. Chi compra un biglietto accetta implicitamente di entrare in quel mondo, di essere provocato e magari anche messo a disagio.
Sui social quel patto spesso scompare. Una battuta ritagliata da un monologo perde la tesi, lo sviluppo e ciò che arriva prima e dopo. È anche per questo che Velia fatica a trasformare i propri spettacoli in reel: ciò che sul palco ha un senso preciso può diventare online soltanto una frase provocatoria.
A questo si aggiunge il mercato. Velia racconta una stand up italiana che finalmente sta crescendo, ma che nello stesso momento tende a premiare forme più accessibili e più pop. E mentre la stand up esplode, lei affronta il cancro al seno e deve fermarsi.
Da quell’esperienza nasce però uno dei lavori a cui sente di aver dato di più: uno spettacolo in cui riesce a parlare della malattia facendo ridere e commuovere nello stesso tempo. Il progetto che ora vuole portare avanti parte proprio da lì: raccontare il cancro con un linguaggio diverso, senza rinunciare alla durezza e alla comicità.
Nel dialogo entra inevitabilmente anche l’intelligenza artificiale. Velia ammette di voler imparare a utilizzarla, anche nella scrittura, perché non vuole trovarsi esclusa dagli strumenti del presente. Ma individua anche un limite interessante: la comicità vive spesso di un lampo, di un’associazione imprevista e di qualcosa che sembra nascere spontaneamente sul momento.
È proprio quella sorpresa che una macchina fatica ancora a restituire. E forse il punto della conversazione è tutto qui: gli strumenti possono cambiare, così come cambiano i mercati e i linguaggi, ma prima bisogna avere qualcosa da dire.
Da questa puntata
5 cose da portare a casa
Parole chiave









