Gli adolescenti stanno davvero male per colpa di smartphone, social e videogiochi? Per Matteo Lancini questa spiegazione rischia di diventare un alibi degli adulti. Viviamo ormai in una società onlife, dove digitale e vita quotidiana non sono mondi separati. La questione allora non è semplicemente controllare di più, ma costruire relazioni capaci di accogliere anche paura, rabbia, tristezza e fragilità. Perché essere adulti significativi oggi significa soprattutto avere il coraggio di chiedere ai ragazzi chi sono davvero.
IN BREVE
Diventare adulti è inevitabile; diventare adulti significativi per qualcuno è molto più difficile.
Tra adolescenza e adultità si è allargata la fase del “giovane adulto”, segnata da maggiore incertezza.
Dare la colpa a social, videogiochi e smartphone può diventare un modo per evitare di interrogarsi sul ruolo degli adulti.
Digitale e vita reale non sono più separabili: viviamo in una società onlife.
Il disagio giovanile oggi si manifesta spesso attraverso ritiro, ansia e attacchi verso se stessi più che attraverso la contestazione.
Educare al digitale è educare alla vita: vietare uno strumento non aiuta nella costruzione di competenze.
Il corpo degli adolescenti è sempre più legato all'immagine e alla performance estetica.
La relazione autentica resta uno degli strumenti più importanti contro la solitudine.
Matteo Lancini
Psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro e docente universitario
Matteo Lancini è psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente universitario. Da oltre trent'anni si occupa di adolescenti, giovani adulti, genitori e scuola, studiando in particolare le trasformazioni delle relazioni e dell'identità nella società contemporanea. È autore di numerosi libri dedicati all'adolescenza e al rapporto tra giovani e adulti, tra cui "Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti".
Chi è davvero adulto oggi? Per Matteo Lancini la questione non riguarda tanto l’età quanto il significato che riusciamo ad avere per chi cresce accanto a noi. Essere genitori, insegnanti o educatori non basta automaticamente a diventare adulti significativi.
In questa intervista de Il Caffettino per 2 il punto di partenza è proprio la relazione: capire se ciò che facciamo per un adolescente serve davvero a lui oppure soprattutto a tranquillizzare noi.
È una distinzione importante quando si parla di digitale. Matteo studia da anni il rapporto tra adolescenti e internet e rifiuta l’idea di considerare vita reale e vita virtuale come due dimensioni separate. I ragazzi crescono in una società onlife costruita anche dagli adulti: genitori, insegnanti, aziende e istituzioni utilizzano quotidianamente smartphone, social e intelligenza artificiale.
Attribuire poi proprio a questi strumenti la responsabilità del disagio giovanile rischia quindi di diventare una scorciatoia. La domanda più utile non è soltanto quanto tempo un ragazzo trascorra online, ma cosa stia cercando lì e quali alternative trovi fuori.
Lo stesso vale per la scuola. Se il digitale è ormai parte dell’ambiente in cui costruiamo identità, relazioni e conoscenza, secondo Matteo non basta sequestrare uno smartphone. Bisogna insegnare a utilizzare gli strumenti contemporanei, compresa l’intelligenza artificiale, e soprattutto aiutare i ragazzi a sviluppare capacità di scelta e responsabilità.
Gli adolescenti di oggi, sostiene Matteo, rispondono meno al controllo e molto di più alla convocazione: funzionano quando qualcuno li coinvolge in un progetto, assegna loro un ruolo e mostra un interesse autentico per ciò che possono diventare.
Dietro molte discussioni sulla tecnologia c’è inoltre un cambiamento più profondo. Gli adolescenti di oggi sono cresciuti in famiglie che li hanno ascoltati molto più delle generazioni precedenti e che hanno promesso loro di poter essere se stessi. Ma, per Matteo, a questa promessa è stata spesso aggiunta una condizione implicita: essere se stessi purché paura, rabbia e tristezza non disturbino troppo gli adulti.
Il risultato può essere una sofferenza che, invece di trasformarsi in contestazione verso l’esterno, viene rivolta contro di sé attraverso ritiro, isolamento e altre forme di disagio.
Anche corpo, sessualità e coppia mostrano quanto sia cambiato il modo di crescere. Il corpo non è più soprattutto il luogo di una sessualità da reprimere, ma quello di una performance estetica continuamente esposta al confronto. Allo stesso tempo il progetto individuale è diventato così importante da rendere più difficile negoziare i propri bisogni con quelli di un’altra persona.
Per Matteo proprio qui si giocherà una delle trasformazioni più interessanti dei prossimi anni. Perché, nonostante tutto, ciò che manca maggiormente alle nuove generazioni è una relazione autentica: qualcuno che non spieghi loro chi devono essere, ma abbia il coraggio di chiedere semplicemente “tu chi sei?”.
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