In un’epoca che promette di ottimizzare tutto, persino la durata della vita, Massimo Polidoro propone un’alternativa: non vivere più a lungo, ma vivere più in profondità. Partendo da Leonardo da Vinci attraversiamo curiosità, metodo scientifico, intelligenza artificiale, fake news e complotti. Fino a una convinzione semplice: fermarsi, fare domande e imparare a dubitare può essere uno dei modi migliori per spendere bene il tempo che abbiamo.
IN BREVE
Una vita ben spesa non è necessariamente più lunga, ma più ricca e profonda.
A 17 anni una lettera a Piero Angela cambia completamente il percorso di Massimo Polidoro.
La curiosità è una leva evolutiva che ci spinge a esplorare ciò che non conosciamo.
Il dubbio è uno degli strumenti fondamentali del metodo scientifico.
Scienza e tecnologia non sono la stessa cosa: la seconda applica ciò che la prima scopre.
L’AI amplifica possibilità e rischi, ma resta decisivo il modo in cui scegliamo di usarla.
Complotti e disinformazione rispondono anche al bisogno umano di appartenenza e riconoscimento.
Senza una buona comunicazione, anche la scienza rischia di diventare distante e generare diffidenza.
Massimo Polidoro
Giornalista, scrittore e divulgatore scientifico
Massimo Polidoro è giornalista, scrittore e divulgatore scientifico. Da giovanissimo entra in contatto con Piero Angela, che lo coinvolge nella nascita del CICAP e gli permette di trascorrere un periodo negli Stati Uniti come allievo dell’illusionista e investigatore del paranormale James Randi. Da allora si occupa di metodo scientifico, misteri, pseudoscienze, disinformazione e pensiero critico attraverso libri, televisione, podcast, università e contenuti digitali.
Come si spende bene una vita? È da questa domanda che parte la conversazione con Massimo Polidoro a Il Caffettino per 2. La risposta non riguarda il numero di anni che riusciamo ad accumulare, ma quanto riusciamo ad allargare quelli che abbiamo.
Massimo riprende Leonardo da Vinci e Seneca per contrapporre alla ricerca ossessiva della longevità un’altra idea: fermarsi, approfondire, coltivare interessi e non consumare continuamente ciò che ci passa davanti. La differenza, insomma, tra una vita semplicemente lunga e una vita larga.
La sua storia personale sembra quasi dimostrarlo. A diciassette anni, appassionato di UFO, paranormale e misteri, legge “Viaggio nel mondo del paranormale” di Piero Angela e scopre un modo diverso di guardare quelle storie: verificare, chiedere prove, accettare di non sapere. Decide di scrivergli una lettera. Da quel gesto nasce prima l’incontro con Angela, poi quello con James Randi e infine un periodo negli Stati Uniti come suo allievo.
Una concatenazione improbabile che Massimo riassume con un’immagine molto semplice: perché passi il treno, prima bisogna andare in stazione.
Alla base di tutto c’è la curiosità. Massimo la descrive come una forza profondamente umana e persino evolutiva: capire cosa si nasconde dietro un rumore, un’ombra o un fenomeno sconosciuto poteva significare sopravvivere. Ma la stessa mente che cerca spiegazioni può anche accontentarsi di quelle sbagliate.
È qui che entra il metodo scientifico: non come insieme di verità definitive, ma come disponibilità permanente a dubitare, verificare e cambiare idea quando arrivano nuovi dati. Di fronte a un fenomeno ancora poco chiaro, la risposta più scientifica può essere semplicemente “non lo sappiamo ancora”.
Questo diventa ancora più importante davanti all’intelligenza artificiale. Massimo distingue tra scienza, che cerca di comprendere il mondo, e tecnologia, che trasforma quelle conoscenze in strumenti. L’AI è uno di questi: potentissimo, ma non neutrale e soprattutto sempre più veloce rispetto alla nostra capacità di comprenderne gli effetti.
Per questo servono conoscenza, discussione pubblica ed etica. Affidarsi soltanto alla promessa tecnologica significa dimenticare che le decisioni su come utilizzare una scoperta sono sempre umane.
Lo stesso bisogno di comprensione riguarda fake news e complotti. Per Massimo non basta liquidare chi ci crede come ingenuo: dietro può esserci un bisogno antico di appartenenza. Una comunità complottista può offrire riconoscimento, identità e la gratificazione di sentirsi tra i pochi che hanno “capito tutto”. La risposta non può quindi essere soltanto correggere un’informazione sbagliata. Servono cultura, metodo e soprattutto una buona comunicazione della conoscenza.
È anche il senso della storia di Rachel Carson, che con “Primavera silenziosa” riuscì a trasformare dati scientifici complessi in una narrazione capace di modificare la percezione pubblica dell’ambiente. Una singola voce, quando sa unire rigore e capacità di raccontare, può davvero cambiare qualcosa.
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