Ci sono emergenze che occupano per settimane ogni spazio dell’informazione e poi improvvisamente scompaiono. Ma per chi le vive non è cambiato nulla. Con Andrea Iacomini, portavoce di UNICEF Italia, parliamo di bambini invisibili, guerre dimenticate e di una comunicazione che rischia di mostrarci soltanto ciò che riesce a superare la selezione dei media e degli algoritmi. Dalle missioni sul campo alla scuola, fino all’intelligenza artificiale, una domanda attraversa tutta la conversazione: come continuare a guardare quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte?
IN BREVE
Cosa significa essere portavoce di chi difficilmente riesce a entrare nell’informazione.
Perché una crisi non finisce quando smette di essere raccontata.
Migrazioni e distanza tra dati, realtà e narrazione pubblica.
I diritti dell’infanzia tra convenzioni internazionali e violazioni quotidiane.
Come comunicare guerre, malnutrizione e povertà senza trasformare le persone in numeri.
Algoritmi, saturazione informativa e rischio di diventare indifferenti.
Chi sono gli “eroi” che lavorano lontano dai riflettori.
Perché la scuola è un diritto del presente, non soltanto un investimento sul futuro.
Cosa può fare concretamente una persona davanti a problemi enormi.
Come l’intelligenza artificiale può aiutare il lavoro umanitario senza sostituire lo sguardo umano.
Il viaggio in Ucraina e le storie raccolte nel libro "La forza sia con te".
Andrea Iacomini
Giornalista e portavoce di UNICEF Italia
Andrea Iacomini è giornalista e portavoce di UNICEF Italia. Nel suo lavoro racconta le condizioni dell’infanzia nelle emergenze umanitarie e partecipa a missioni sul campo in aree colpite da guerre e crisi. La sua attività unisce comunicazione, cooperazione internazionale e sensibilizzazione sui diritti dei bambini, con un’attenzione particolare alle emergenze che rischiano di scomparire rapidamente dall’agenda mediatica.
Fare il portavoce di UNICEF Italia, per Andrea Iacomini, significa soprattutto provare a rendere visibile ciò che normalmente rimane fuori dall’inquadratura. Non soltanto intervenire sulle crisi di cui parlano tutti, ma continuare a raccontare Afghanistan, Siria, Sudan, Ucraina e le tante emergenze che entrano ed escono dall’attenzione pubblica.
In questa intervista de Il Caffettino per 2 si torna più volte su questo paradosso: viviamo immersi nell’informazione e abbiamo l’impressione di conoscere ciò che accade nel mondo, ma intere realtà possono sparire semplicemente perché non trovano più spazio in un palinsesto, in un giornale o nel nostro feed.
Lo stesso vale per i numeri. Bambini che vivono in zone di conflitto, malnutrizione, migrazioni, scuole distrutte: le statistiche aiutano a comprendere la dimensione di un problema, ma rischiano anche di creare distanza. Andrea insiste sul fatto che dietro ogni dato esiste una storia.
Per questo mette in discussione anche alcune narrazioni sulle migrazioni, che a suo avviso tendono a concentrarsi sull’arrivo delle persone senza raccontare abbastanza ciò che le ha costrette a partire. Informare, allora, significa provare a ricostruire il contesto prima ancora di prendere posizione.
Il problema diventa ancora più complesso nell’ecosistema digitale. Più interagiamo con un tema, più gli algoritmi tendono a mostrarcene altri simili, fino al rischio di trasformare l’informazione in una sequenza continua di guerre, violenza e sofferenza. Ma smettere di guardare non significa necessariamente essere insensibili: può significare anche essere esausti.
Andrea individua nell’indifferenza il pericolo maggiore, perché interrompe la relazione con ciò che succede agli altri. La sfida è quindi trovare un equilibrio: continuare a informare senza anestetizzare, raccontare il dolore senza dimenticare le storie di chi resiste, cura, ricostruisce e continua a vivere.
È nella scuola che questa idea diventa particolarmente concreta. Andrea rifiuta la formula con cui spesso diciamo ai ragazzi che “il futuro è nelle loro mani”: prima del futuro esiste il presente, e i loro diritti devono essere garantiti adesso.
Andrea racconta di una madre di Gaza che, sotto i bombardamenti, chiede prima di tutto che venga ricostruita la scuola del figlio. È un’immagine che riassume una parte importante della conversazione: studiare non è soltanto prepararsi a ciò che verrà, ma costruire oggi gli strumenti con cui comprendere il mondo, riconoscere i propri diritti e immaginare un’alternativa alla violenza.
Anche la tecnologia entra dentro questa responsabilità. L’intelligenza artificiale può aiutare un’organizzazione umanitaria a organizzare informazioni, individuare necessità e rendere più efficiente la distribuzione degli aiuti. Ma Andrea mette in guardia dall’idea che possa sostituire l’esperienza di chi osserva direttamente una realtà: un algoritmo può classificare un’emergenza, ma può anche contribuire a renderla invisibile se i criteri con cui seleziona le informazioni sono sbagliati.
È ciò che il suo viaggio in Ucraina gli ha mostrato in maniera molto concreta. Nel suo libro, “La forza sia con te“, racconta la paura provata durante gli allarmi, i rifugi e soprattutto i bambini che, tra i propri desideri, scrivevano una cosa apparentemente semplicissima: riuscire a dormire.
Da questa puntata
5 cose da portare a casa
Parole chiave











