ChatGPT con annunci nelle risposte? Impatti su fiducia, marketing e come prepararsi
Le indiscrezioni si fanno concrete: OpenAI starebbe testando l’inserimento di annunci dentro le risposte di ChatGPT, con priorità ai contenuti sponsorizzati. Una mossa che può cambiare il modo in cui scopriamo prodotti, servizi e informazioni. Cosa significa per la fiducia nel chatbot e per chi fa marketing? Qui trovi un quadro chiaro: cosa sappiamo, perché succede, rischi reali, opportunità e una checklist operativa per arrivare pronti.
Cosa sappiamo finora
Secondo quanto riportato da The Information e ripreso da BleepingComputer, OpenAI starebbe lavorando all’introduzione di annunci direttamente nell’esperienza di ChatGPT. Nella versione Android sarebbero stati individuati riferimenti a tag come “ads”, “search ad” e un possibile “carousel” di annunci. Sempre in base a queste fonti, gli inserzionisti potrebbero ottenere posizionamenti in aree come la barra laterale e, soprattutto, nei suggerimenti che accompagnano le risposte del chatbot.
Pezzo chiave dell’indiscrezione: i contenuti sponsorizzati potrebbero essere prioritizzati rispetto a quelli non sponsorizzati all’interno delle risposte, con chiara analogia a come funzionano oggi Google Ads e altre piattaforme. Il condizionale è d’obbligo: OpenAI ha dichiarato di essere in fase di “esplorazione” su come potrebbero apparire gli annunci, ma il quadro che emerge va nella direzione di una monetizzazione più decisa, almeno per gli utenti gratuiti.
Dove potrebbero comparire gli annunci
Gli scenari tecnici ipotizzati includono:
- Una barra laterale con annunci contestuali rispetto alla domanda dell’utente.
- Suggerimenti sponsorizzati integrati in fondo o accanto alla risposta, con link a brand e prodotti.
- Carousel di risultati commerciali in stile vetrina, per query con forte intento d’acquisto.
Tutto questo richiederà etichette chiare (“Sponsorizzato”) e una separazione visiva netta per non confondere l’utente. Ad oggi, etichette e interfaccia non sono definitive.
Come funzionerebbe la priorità ai contenuti sponsorizzati
Nelle ipotesi discusse dalle fonti, ChatGPT potrebbe “spingere” nelle risposte i risultati di inserzionisti rilevanti per l’intento dell’utente. Esempio: chiedi “migliori scarpe da tennis per principianti” e trovi, oltre ai consigli, un suggerimento con link sponsorizzato a un e-commerce. L’obiettivo è monetizzare le ricerche ad alto intento, ma qui si gioca il tema più delicato: la fiducia.
Perché OpenAI potrebbe farlo
Motivi industriali, non cosmetici. La generative AI ha costi di calcolo altissimi e una base utenti free enorme. Monetizzare direttamente nel prodotto diventa logico per:
- Sostenibilità economica: ridurre le perdite e finanziare sviluppo e infrastruttura.
- Competizione: se Google e altri player integrano adv nelle loro risposte AI, restare indietro non è un’opzione.
- Allineamento con il mercato: gli utenti accettano da anni risultati sponsorizzati nei motori di ricerca e sugli store.
Il punto è trovare il bilanciamento tra entrate e qualità dell’esperienza, senza erodere la credibilità del modello.
Impatto sulla fiducia e sull’esperienza utente
Quando un consiglio diventa business, l’asticella si alza. Se l’utente percepisce che il chatbot “consiglia” perché c’è un’inserzione, la fiducia si incrina. Rischi concreti:
- Ambiguità tra risposta organica e risposta sponsorizzata, se le etichette non sono evidenti.
- Bias commerciale: priorità al brand che paga, non a quello più adatto al bisogno.
- Sovraccarico: troppa pubblicità rovina l’esperienza e riduce la soddisfazione.
- Brand safety: associazioni improprie tra annunci e contenuti generati o allucinati.
- Affidabilità: consigli percepiti come “interessati” anche quando sono utili.
Come mitigare? Trasparenza radicale (“Sponsorizzato” ben visibile), separazione visiva, limiti all’ad load, controlli di qualità e opzioni di controllo per l’utente. Ad oggi, però, non ci sono dettagli pubblici definitivi su etichette o impostazioni.
Cosa cambia per marketing e “search”
Dalla keyword alla conversazione
Il contesto si sposta: non più solo pagine di risultati, ma dialoghi dove la risposta è già la soluzione. Questo favorisce formati “assistiti”: annunci che compaiono in momenti ad alto intento (“aiutami a scegliere”, “confronta”, “configura”). È la logica della discovery conversazionale, con meno click e più decisioni in chat.
Opportunità per i brand
- Intenzioni chiare: query conversazionali rivelano bisogni specifici, ideali per messaggi su misura.
- Vantaggio first-mover: chi testa per primo capisce metriche, creatività e segmenti che funzionano.
- Nuovi formati: schede prodotto, comparazioni, “chiedi all’esperto” sponsorizzati.
- Integrazione con dati first-party: offerte e disponibilità in tempo reale per risposte più utili.
- Performance: se l’ad è davvero rilevante, può ridurre i passaggi tra domanda e conversione.
Rischi per i brand
- Trasparenza: gli utenti rigettano messaggi poco chiari. Serve disclosure impeccabile.
- Controllo limitato: creatività e contesto dipendono dal modello; servono strumenti di brand suitability.
- Cannibalizzazione: le risposte AI possono assorbire traffico che prima arrivava via SEO/SEM classico.
- Misurazione: nuove metriche (interazioni in chat, step di decisione) da allineare alle KPI.
- Costi: la competizione su intenti ad alto valore può far salire i prezzi rapidamente.
Come prepararti adesso
- Mappa le intenzioni: elenca le domande reali che i clienti pongono al team vendite o all’assistenza. Da lì nascono i casi d’uso ad alto intento.
- Pulisci i tuoi dati: schede prodotto, feed, prezzi, disponibilità, recensioni. Le risposte AI premiano contenuti freschi, strutturati e credibili.
- Creatività modulare: prepara messaggi brevi, varianti per intenti diversi e “snippet” info (benefici, prove sociali, policy di reso, tempi di consegna).
- Brand safety e compliance: definisci liste di esclusione, categorie sensibili, requisiti di disclosure e approvazioni legali.
- Tracciamento: UTM coerenti, server-side tracking dove possibile, deep link a landing dedicate e eventi di conversione chiari per esperienze in chat.
- Landing page ad alta utilità: sintetiche, veloci, con FAQ, comparazioni e testimonianze. Se l’utente arriva dalla chat, non vuole ricerche infinite.
- Test controllati: budget pilota, obiettivi misurabili (CPC/CPA/ROAS), creatività A/B, frequenza di erogazione e segmentazione per intenti.
- Formazione del team: adv conversazionale non è un semplice “copia e incolla” da search. Servono nuove competenze su prompt, contesto e policy.
- Monitoraggio reputazionale: alert su menzioni brand nelle risposte AI, verifica di accuratezza e correzione di eventuali errori.
- PMI: focus: presidia query locali e lead ad alto valore; non inseguire tutto per FOMO. Meglio poche campagne, ma pertinenti.
Domande frequenti (rapide)
- Gli annunci sostituiranno le risposte organiche? No: coesisteranno. Il tema sarà la proporzione e la chiarezza delle etichette.
- Gli abbonati potranno disattivarli? Non è confermato. Possibile che la versione gratuita veda più adv, ma i dettagli non sono pubblici.
- Come saranno etichettati? Probabili tag “Sponsorizzato”/“Ad”, ma interfaccia e naming non sono definitivi.
- La SEO è morta? No, cambia gioco e campo: dalle pagine alle risposte. Vince chi produce contenuti utili, aggiornati e strutturati.
Il punto da tenere a mente
La pubblicità in ChatGPT è una mossa quasi inevitabile per sostenere il modello di business. Ma senza trasparenza e misura rischia di erodere la fiducia, il vero asset dell’assistente. Per i brand è un canale potente se usato con responsabilità: rilevanza, chiarezza e utilità. Prepararsi ora significa arrivare prima, spendere meglio e proteggere la reputazione.
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