AI Act e riconoscimento facciale in Italia: rischio scontro UE e cosa c’è davvero in gioco

Il riconoscimento facciale torna al centro del dibattito: il Parlamento rinvia il voto, Bruxelles alza il sopracciglio e il Governo assicura compatibilità con l’AI Act. Tra sicurezza, privacy e diritti, ecco perché l’Italia è a un bivio e cosa significa davvero per cittadini e forze dell’ordine.

Cosa sta succedendo in Parlamento

Negli ultimi giorni il percorso della nuova legge italiana sull’intelligenza artificiale ha rallentato su un punto caldo: l’uso del riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine. La Commissione Affari dell’Unione Europea della Camera ha chiesto un approfondimento tecnico-giuridico, rinviando il voto. Il nodo? La possibile incompatibilità con alcuni passaggi dell’AI Act, il regolamento europeo che fissa limiti e regole per l’IA.

Il Governo, da parte sua, sostiene che il testo rispetti pienamente il quadro UE e che le eccezioni previste siano già contemplate dal regolamento. Una posizione netta, mentre da Bruxelles arrivano dubbi sull’ampiezza e sulle condizioni operative delle deroghe. A dare il quadro del confronto è anche Sky TG24, che riassume le posizioni in campo e le possibili conseguenze sul fronte di polizia e sicurezza.

Cosa prevede l’AI Act sul riconoscimento biometrico

Divieti generali e poche eccezioni

L’AI Act pone un divieto di principio all’identificazione biometrica “in tempo reale” negli spazi pubblici per finalità di law enforcement. Le eccezioni esistono, ma sono ristrette e richiedono garanzie stringenti (autorizzazioni, limiti temporali e geografici, casi specifici). Tra queste, tipicamente:

  • ricerca di persone scomparse o vittime di reati;
  • prevenzione di minacce gravi e imminenti alla sicurezza (ad esempio terrorismo);
  • individuazione o localizzazione mirata di autori o sospetti di reati particolarmente gravi.

Fuori da questi casi, l’uso diffuso e generalizzato è vietato. Esistono inoltre differenze tra identificazione “in tempo reale” (scan mentre ti muovi nello spazio pubblico) e identificazione “ex post” (analisi di immagini registrate), anch’essa sottoposta a regole severe e tutele.

Cosa significa “in tempo reale” e “spazi pubblici”

Due definizioni contano più di quanto sembri:

  • In tempo reale: analisi e decisione avvengono durante l’evento, con la possibilità di intervenire sul soggetto identificato nell’immediato.
  • Spazio pubblico: luoghi accessibili a chiunque, come piazze, stazioni, vie. Qui l’impatto su diritti e libertà è massimo perché tocca potenzialmente chiunque, non solo “sospetti”.

Queste definizioni separano gli scenari ammessi da quelli vietati. Allargarle o interpretarle in modo elastico cambia radicalmente il perimetro operativo delle forze dell’ordine.

I nodi critici per l’Italia

Al centro dello scontro non c’è solo la tecnologia, ma le regole del gioco. Ecco i punti che rischiano di generare frizioni con l’Europa:

  • Ambito e finalità: se l’uso del riconoscimento facciale in tempo reale si estende oltre le eccezioni europee, si entra in red zone. Le finalità devono essere chiare, specifiche e motivate, non generiche (“più sicurezza”).
  • Autorizzazioni e controlli: l’AI Act chiede procedure rigorose, con autorizzazioni giudiziarie e audit verificabili. Servono tracciabilità degli usi, registri e possibilità di ricorso per i cittadini.
  • Bias e affidabilità: gli errori non sono ipotesi accademiche. In passato, sistemi di riconoscimento facciale hanno mostrato performance peggiori su persone non caucasiche o donne. Un falso positivo può costare fermo, perquisizione, stigma.
  • Proporzionalità: la sorveglianza generalizzata è incompatibile con i diritti fondamentali. L’uso deve essere mirato e temporaneo, non permanente né di massa.
  • Trasparenza: cittadini e media devono poter sapere dove, quando e perché vengono attivati questi sistemi. Il “buio” operativo erode la fiducia e apre a derive.

Perché il tema esplode adesso

Nel pieno di una stagione politica calda, con la sicurezza che torna parola-chiave, la tentazione di “portarsi avanti” è forte. Intanto, nel mondo si moltiplicano i casi d’uso e i divieti: città come San Francisco hanno limitato l’utilizzo del riconoscimento facciale da parte delle agenzie locali, mentre negli Stati Uniti si sperimentano droni con analisi video assistita dall’IA per la vigilanza di quartieri.

Morale: l’IA esce dal perimetro “produttività e creatività” per entrare nella quotidianità fisica, nello spazio pubblico. È qui che si gioca il bilanciamento tra sicurezza e libertà. Ridurre il tema a slogan pro o contro tecnologia è un errore: la differenza la fanno regole, garanzie, accountability.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Confronto serrato con Bruxelles

La compatibilità con l’AI Act sarà il banco di prova. Ogni scostamento su eccezioni, tempi e ambiti di applicazione potrebbe portare a richiami formali e, in ultima istanza, a contenziosi. Meglio chiarire prima, che correggere dopo.

Linee guida operative e test controllati

Se l’Italia vorrà procedere, serviranno sandbox e progetti pilota con criteri pubblici: valutazioni di impatto, metriche di accuratezza, tassi di errore, audit indipendenti. Non bastano comunicati: servono numeri e responsabilità.

Più trasparenza verso i cittadini

Cartellonistica chiara, informative accessibili, canali per reclami e ricorsi. Il cittadino deve sapere se e come può opporsi o chiedere verifica in caso di errore. La legittimità sociale passa da qui.

Dibattito pubblico informato

Il tema non è “la tecnologia funziona?” ma “fino a che punto siamo disposti ad accettare l’identificazione automatica nello spazio pubblico, e a quali condizioni?”. Senza una risposta condivisa, ogni norma rischia di essere o troppo timida o troppo invasiva.

In sintesi: l’Italia può essere un laboratorio europeo sul riconoscimento facciale, ma solo se gioca a carte scoperte, nel perimetro dell’AI Act e con garanzie verificabili. Diversamente, il conto (politico, legale e reputazionale) arriva presto.

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