New York vieta gli smart glasses nei tribunali: cosa cambia per i Ray‑Ban Meta e per la privacy

Dal 20 luglio lo Stato di New York blocca l’ingresso dei Ray‑Ban Meta e di tutti gli smart glasses nelle aule giudiziarie. Una decisione che suona come un precedente: quando si tratta di questi dispositivi non parliamo solo di tecnologia, ma anche di convivenza civile.

Cosa prevede il nuovo divieto

Il provvedimento riguarda i 1.240 tribunali statali di New York e si applica ai Ray‑Ban Meta e a qualunque occhiale intelligente dotato di fotocamera e microfoni. La ratio è lineare: nelle aule di giustizia sono già vietate riprese video, registrazioni audio e dirette streaming; gli smart glasses rendono tutto più facile, meno visibile e quindi più rischioso per la riservatezza di testimoni, giurati e operatori giudiziari.

Come verrà fatto rispettare questo divieto? All’ingresso, i controlli tratteranno gli smart glasses come dispositivi non ammessi. Chi li indossa dovrà depositarli temporaneamente, proprio come accade con altri oggetti non consentiti. Si entra con occhiali tradizionali, punto.

Le criticità tecniche: LED e manomissioni

Uno degli argomenti chiave è la segnalazione luminosa. Gli smart glasses hanno un LED che indica quando la fotocamera è attiva, ma per lo Stato è troppo piccolo per garantire un consenso informato a chi viene inquadrato. C’è poi il tema delle possibili manomissioni: LED coperti, danneggiati o rimossi.

Per rispondere a queste preoccupazioni, il 7 luglio Meta ha aggiornato le proprie FAQ e distribuito un update obbligatorio per rendere più evidente l’indicatore di registrazione e scoraggiare l’uso del dispositivo se l’avviso luminoso viene oscurato o alterato. Intervento apprezzabile, ma non sufficiente a evitare il divieto: quando la posta in gioco è la sicurezza di un processo, i policy maker preferiscono la certezza del “no” alla complessità delle eccezioni.

Privacy, sicurezza, accessibilità: un equilibrio fragile

In un’aula giudiziaria la privacy non è un vezzo: testimoni e giurati devono essere protetti da pressioni esterne, e ogni ripresa non autorizzata rischia di diventare intimidazione. Allo stesso tempo, un divieto totale ha effetti collaterali reali: alcuni smart glasses offrono traduzioni e supporti utili per chi non è madrelingua o per persone con disabilità uditive. Vietare tutto è semplice, non sempre è intelligente.

Un approccio alternativo potrebbe includere:

  • Eccezioni certificate per tecnologie assistive prive di funzioni di registrazione o con fotocamera fisicamente disabilitata.
  • Modalità “privacy hard” imposta via firmware, con blocchi non aggirabili e indicatori ottici di conformità ben visibili.
  • Segnaletica e badge per distinguere a colpo d’occhio i dispositivi consentiti da quelli vietati.

Un precedente che potrebbe fare scuola

Secondo Forbes, lo stop di New York rischia di diventare un modello: altri stati potrebbero adottare regole simili, allargando il perimetro dei luoghi off‑limits per gli smart glasses. Il clima culturale non aiuta: cresce la corrente “No AI” e la diffidenza verso tecnologie che escono dai laboratori per entrare nella vita quotidiana. Finché l’innovazione resta nelle demo va tutto bene; quando tocca la realtà (specialmente quella istituzionale) scatta la barriera difensiva.

E in Europa? Le aule giudiziarie sono già iper‑regolate e il GDPR rende più severo ogni trattamento di dati personali. Tradotto: anche senza un ban “copia e incolla”, è plausibile vedere restrizioni mirate e controlli serrati. La domanda non è se arrivino limiti, ma quali limiti e con quali tutele per l’accessibilità.

Cosa conta davvero per il pubblico

  • Trasparenza: chi è ripreso deve saperlo subito, senza ambiguità.
  • Controllo: nei luoghi sensibili le persone devono poter dire “no” alla registrazione.
  • Responsabilità: regole chiare e sanzioni efficaci per chi viola i divieti.

Implicazioni per aziende tech e istituzioni

Per i produttori di smart glasses, la sfida è passare dal “cool” al “consent”. Servono indicatori più grandi e non oscurabili, suoni di avviso inequivocabili, log di attività verificabili e privacy by default. Funzioni come il geofencing, concordate con le autorità, possono disattivare camera e microfoni in aree a rischio. Programmi di certificazione aiuterebbero a creare fiducia, distinguendo i dispositivi conformi da quelli modificati.

Le istituzioni, invece, possono evolvere dal divieto generalizzato a policy basate sul rischio: aule e camere di consiglio protette da uno stop totale; corridoi e aree comuni con regole chiare e sorveglianza; deroghe puntuali per tecnologie assistive verificate. La comunicazione è cruciale: cartellonistica evidente, guide online e procedure di deposito rapide riducono attriti e rendono le regole comprensibili a tutti.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Se altri stati seguiranno New York, i produttori accelereranno modalità senza fotocamera, indicatori impossibili da ignorare e controlli anti‑manomissione. Se prevarrà il dialogo, nasceranno protocolli condivisi tra tribunali, aziende e associazioni per i diritti digitali, per bilanciare sicurezza, privacy e accessibilità. Una cosa è certa: gli smart glasses non scompaiono. Cambiano le condizioni d’uso.

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