Malesia e Indonesia bloccano Grok: il segnale che l’AI senza regole non è più sostenibile

Due paesi del Sud-Est asiatico hanno premuto “stop” su Grok, il chatbot di xAI legato all’ecosistema di Elon Musk. Motivo? La facilità con cui lo strumento può generare o modificare immagini sessualizzate e non consensuali. Un campanello d’allarme per tutti: quando la tecnologia corre, la politica spesso risponde con l’unico strumento immediato che conosce, il ban. Ma funziona davvero? E cosa cambia per aziende, utenti e piattaforme?

Cosa è successo: il blocco di Grok in Malesia e Indonesia

Malesia e Indonesia sono i primi due Paesi a vietare l’uso di Grok, il chatbot di xAI. La ragione è chiara: prevenire l’uso improprio dello strumento per creare deepfake sessuali non consensuali, una forma di abuso digitale che colpisce la dignità delle persone e può avere conseguenze reali su vita e reputazione.

Secondo quanto riportato da Associated Press, le autorità hanno parlato di tutela dei diritti e della sicurezza nello spazio digitale, con la Malesia che ha definito il suo intervento una misura preventiva e l’Indonesia che ha ribadito la gravità di questi contenuti. Nel frattempo, xAI ha limitato la generazione e la modifica delle immagini agli utenti paganti, una risposta rapida ma che, per molti osservatori, non risolve il problema alla radice.

  • I paesi coinvolti: Malesia e Indonesia.
  • Il motivo del blocco: prevenire deepfake sessuali non consensuali.
  • La risposta della piattaforma: funzioni di immagine limitate agli abbonati.
  • Il nodo irrisolto: l’efficacia reale di filtri e paywall contro gli abusi.

Cos’è Grok e perché finisce nel mirino

Grok è il modello conversazionale di xAI, integrato anche nell’ecosistema di X. Nelle versioni più recenti, oltre al testo, supporta funzioni di generazione o modifica di immagini. È proprio qui che scatta l’allarme: gli strumenti di image generation possono essere sfruttati per produrre contenuti falsi ma verosimili, spesso a sfondo sessuale, senza il consenso dei soggetti coinvolti. Una tecnologia potente, alla portata di chiunque, con un potenziale enorme e un rischio altrettanto grande.

Il confine tra creatività e abuso

La creatività non è il problema. L’abuso sì. Quando un’AI rende semplice creare o ritoccare foto sessualizzandole senza consenso, non parliamo più di “giochi” tecnologici: parliamo di violenza digitale. Il danno è sociale, psicologico, professionale. E nella maggior parte dei casi è irreversibile, perché una volta che un contenuto circola in rete, eliminarlo completamente è quasi impossibile.

Perché le contromisure attuali non bastano

Limitare le funzioni relative alle immagini agli utenti paganti è una mossa comprensibile: alza la soglia d’accesso, rende più tracciabili gli abusi, scoraggia i malintenzionati occasionali. Ma non è una soluzione definitiva. Le community che sviluppano e condividono contenuti illeciti sanno aggirare ostacoli più complessi di un paywall, e il mercato grigio di strumenti e tutorial è sempre attivo.

Restrizioni tecnologiche: utili, ma aggirabili

  • Filtri e moderazione: riducono i falsi positivi e bloccano casi evidenti, ma falliscono su input creativi o borderline.
  • Watermark e tracciamenti: aiutano a risalire alla fonte, ma molti tool rimuovono o corrompono i watermark.
  • Verifica dell’età e identità: importante, soprattutto su contenuti sensibili, ma non ovunque applicata e non sempre efficace.

Il risultato: le piattaforme si muovono, i governi reagiscono, ma l’esperienza degli ultimi anni ci dice che senza una cornice chiara di responsabilità, standard comuni e cooperazione tra attori, il problema resta.

Il limite dei ban: deterrente o illusione?

Ha senso bloccare un singolo servizio in un intero Paese? Dipende dagli obiettivi. Se l’obiettivo è dare un segnale politico, il ban funziona. Se l’obiettivo è ridurre davvero l’abuso, la storia è più complessa. VPN, mirror, app terze: gli utenti determinati aggirano i divieti. E se la domanda rimane, altri strumenti (spesso peggiori e meno controllati) prendono il posto del servizio bloccato.

  • Deterrenza: un divieto chiaro può frenare una parte degli abusi, in particolare quelli opportunistici.
  • Enforcement locale: senza collaborazione delle piattaforme e controlli a livello di app store e ISP, l’efficacia cala.
  • Effetti collaterali: il blocco indiscriminato può penalizzare gli usi legittimi e la ricerca, spingendo verso soluzioni più oscure.

Tradotto: i ban non sono una strategia, sono una toppa. Servono misure strutturali.

Oltre il caso Grok: serve una cornice di regole

Il punto non è un singolo chatbot. È l’assenza, o la lentezza, di regole efficaci per l’AI generativa. L’Europa ha avviato un percorso con l’AI Act basato sul rischio e sulla trasparenza dei contenuti generati con l’AI. Altri paesi stanno definendo linee guida e codici di condotta. Ma l’implementazione è lenta, frammentata, disomogenea rispetto al ritmo dell’innovazione.

Cosa serve davvero per proteggere le persone senza soffocare il progresso?

  • Trasparenza by design: indicazione chiara quando un contenuto è generato o manipolato dall’AI, anche a livello di metadati.
  • Consenso verificabile: strumenti e policy che impediscano la generazione di immagini sessuali senza prova di consenso esplicito.
  • Responsabilità delle piattaforme: audit regolari, report pubblici sugli abusi, tempi certi di rimozione e canali rapidi per le vittime.
  • Standard comuni: watermark interoperabili e protocolli condivisi tra piattaforme per identificare e bloccare i contenuti illeciti.
  • Moderazione proattiva: modelli dedicati all’individuazione di deepfake a sfondo sessuale e di revenge porn, con escalation umana.
  • Educazione digitale: alfabetizzazione su come riconoscere e segnalare deepfake, soprattutto nelle scuole e nei luoghi di lavoro.
  • Sanzioni efficaci: multe e responsabilità legale per chi crea, diffonde o monetizza deepfake non consensuali.

Cosa aspettarci nei prossimi mesi

È realistico immaginare che altri paesi analizzeranno il “caso Grok” e valuteranno interventi, dall’obbligo di maggiori controlli fino a blocchi temporanei. Parallelamente, le big tech rafforzeranno le restrizioni. Ma il gioco del gatto col topo continuerà finché mancheranno regole chiare e una collaborazione reale tra governi, piattaforme e società civile.

Nel frattempo, cresce il rischio di uso politico dei deepfake (disinformazione, manipolazione del dibattito) e quello personale (ricatti, molestie, danni reputazionali). Non è allarmismo: è il prezzo di strumenti potentissimi senza istruzioni d’uso condivise.

Come muoversi adesso: consigli pratici per aziende e utenti

Per aziende e istituzioni

  • Policy interne sull’AI: chiarire chi può usare cosa, con quali tool, e per quali scopi; vietare esplicitamente la generazione di immagini di persone reali senza consenso.
  • Filtri e logging: abilitare filtri dei contenuti, monitorare gli utilizzi e prevedere audit periodici su prompt e output sensibili.
  • Formazione del personale: casi d’uso, rischi legali, reputazionali, privacy; come riconoscere un deepfake e cosa fare.
  • Brand safety: tenere d’occhio piattaforme e menzioni per individuare tempestivamente contenuti sintetici legati al brand o ai dipendenti.
  • Playbook di crisi: definire procedure per rimozione rapida, comunicazione, supporto alle vittime e azioni legali.

Per utenti e creator

  • Non condividere a caldo: se un contenuto sembra scandaloso o troppo perfetto, fermati, verifica, usa fonti affidabili.
  • Segnala subito: usa gli strumenti della piattaforma; più una segnalazione è tempestiva e dettagliata, più è efficace.
  • Proteggi i tuoi profili: attiva impostazioni di privacy, limita chi può scaricare o remixare i tuoi contenuti.
  • Usa strumenti di verifica: controlli su metadati, ricerca inversa immagini, tool di analisi per contenuti sintetici.

Il punto

Il blocco di Grok in Malesia e Indonesia non è un caso isolato: è un messaggio. Senza regole chiare, l’AI generativa diventa terreno fertile per abusi difficili da contenere. I ban creano rumore e qualche freno, ma non sostituiscono politiche solide e responsabilità condivise. La sfida non è “se” altri paesi seguiranno, ma “quando” riusciremo a costruire un ecosistema dove innovazione e tutela convivono senza ipocrisie.

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